Apollo 1: la tragedia annunciata

Pubblicato il da Riccardo



Grissom, White e Chaffee.



Apollo 1
è il nome dato alla navicella Apollo/Saturn 204 (AS-204) dopo che fu distrutta dal fuoco in una simulazione di lancio il 27 Gennaio 1967. Il suo equipaggio era composto dagli astronauti selezionati per iniziare il Programma Apollo, e cioè il comandante (CDR, secondo la definizione NASA) Virgil Ivan “Gus” Grissom, il primo pilota (CMP, Command Module Pilot) , Edward Higgins “Ed” White II, e il secondo pilota (LMP, Lunar Module Pilot) Roger Bruce Chaffee.

Benché non sia mai stato chiarito con precisione che cosa scatenò l’incendio, l’inchiesta stabilì diversi fattori che avevano provocato la morte degli astronauti, tra i quali l’uso di atmosfera al 100 per cento di ossigeno ad alta pressione, materiale infiammabile all’interno della cabina dell’Apollo, un portello che si apriva solo dall’interno e verso l’interno, e le tute stesse indossate da Grissom, White e Chafee.

AS-204 doveva essere il primo volo pilotato del programma Apollo in orbita terrestre, lanciato da un Saturn I B e avrebbe dovuto prendere il via originariamente nell’Ottobre del precedente anno, 1966, con lo scopo di testare le procedure di lancio, il controllo a terra e le prestazioni del sistema, secondo un rapporto della NASA dell’epoca. La missione era prevista per la durata di 14-18 giorni, a discrezione del comandante Grissom. Apollo 1 avrebbe dovuto essere seguito da altre due missioni, rispettivamente in Aprile e Ottobre 1967, con lo scopo, la seconda, di testare il Saturn V, e la terza il modulo lunare in orbita terrestre. Entrambe furono cancellate in seguito all’incidente, e i loro obiettivi vennero raggiunti con molto ritardo dalle missioni Apollo 7 e 9, rispettivamente nell’Ottobre 1968 e Marzo 1969.

Il modulo di comando Apollo era molto più grande e complesso di ogni precedente capsula americana, fatto, questo, che aveva provocato diversi problemi, ripensamenti e riprogettazioni totali e parziali. La North American Aviation, che lo costruiva, per fare un esempio, aveva suggerito un portello che si aprisse verso l’esterno, dotato di bulloni esplosivi azionabili anche a mano come sugli aerei militari, in caso di emergenza, ma la NASA si oppose, temendo il ripetersi dell’incidente della Liberty Bell 7, la capsula che aveva portato proprio Grissom in un volo suborbitale di quindici minuti, il 12 Luglio 1961 e che era quasi affondata dopo l’ammarraggio per l’apertura accidentale del portello.

C’era anche il problema dell’atmosfera respirata dagli astronauti nella cabina: la North American suggerì una miscela di ossigeno e azoto come sulla superficie terrestre, ma la NASA ancora una volta obiettò che avrebbe potuto provocare embolie o comunque la cosiddetta sindrome del cassone in caso di malfunzionamento dell’impianto di pressurizzazione. Mercury e Gemini non avevano avuto problemi nell’utilizzare un’atmosfera di ossigeno puro, si faceva notare, e si risparmiava pure peso e volume, due voci quanto mai preziose su un oggetto da lanciare in orbita. Ma c’è anche da dire che nelle Mercury e nelle Gemini c’era molto meno materiale infiammabile in giro, ed era quello che realmente preoccupava gli astronauti di Apollo 1. La NASA promise di mettere mano al problema nelle navette seguenti, ma il test del 27 Gennaio avrebbe dovuto essere portato a termine sulla CM-021 già consegnata, anche perché esso non veniva ritenuto particolarmente pericoloso, trattandosi di determinare la capacità di funzionamento dei sistemi di bordo una volta staccati i cavi ombelicali dalla torre di controllo. Se tutto fosse filato liscio, il 21 Febbraio successivo avrebbe preso il via la prima missione orbitale.

Alle 1300L (1800Z) del 27 Gennaio, Grissom, White e Chafee entrarono il modulo di commando con le tute di lancio, furono assicurati ai seggiolini e iniziarono a scorrere la check list, ma la simulazione fu subito rinviata alle 1442 per l’avvertimento di Grissom, che aveva percepito nella sua tuta un odore come di burro bruciacchiato. Alle 1445 l’equipaggio era nuovamente chiuso nel modulo di comando, e l’ossigeno in pressione fu immesso in cabina per sostituire l’aria umida della Florida.

Ci furono problemi a connettersi fra la capsula, il personale della rampa di lancio, la sala di controllo nei pressi e l’MSOB, Manned Spacecraft Operations Building, dove l’equipaggio di riserva si trovava rinchiuso in una copia della navetta per aiutare i colleghi in caso di problemi. “Come diavolo pensate andremo sulla luna se non riusciamo nemmeno a parlare fra due edifici qua sotto?”, sbottò Grissom alla radio. Passarono quasi quattro ore mentre i tecnici tentavano di ristabilire le comunicazioni a terra. alle 1831 la voce di Grissom fu udita dire “Ehi”. Seguirono suoni confusi per alcuni secondi, poi di nuovo il comandante urlò “Fuoco”. Chaffee aggiunse “Abbiamo un incendio in cabina” e White “Fuoco in cabina”. Seguirono dieci secondi confusi, poi Chafee urlò “Abbiamo un incendio, sta bruciando tutto, tirateci fuori di qua”. Diciassette secondi dopo il primo avvertimento di Grissom, la trasmissione terminò bruscamente con un urlo di dolore.

La squadra di soccorso, allertata al primo avviso di Grissom, si trovò in difficoltà per i fumi tossici ma soprattutto per il calore sprigionato dall’incendio che si temeva potesse fare esplodere il carburante solido della torre di salvataggio sovrastante la cabina dell’Apollo. A causa della mancanza di un’apertura di emergenza esterna, occorsero cinque minuti per aprire il portello della cabina e lo spettacolo che si trovarono di fronte era raccapricciante, le tute erano praticamente fuse sul corpo degli astronauti, tutti carbonizzati in maniera quasi irriconoscibile. L’autopsia tuttavia stabilì che i tre uomini dell’equipaggio erano morti per l’inalazione dei fumi tossici, ma la vedova di Grissom, Betty, di professione medico patologo, espresse seri dubbi che l’inalazione dei gas fosse stata tanto rapida da uccidere i tre prima delle ustioni, che nel caso del marito risultarono essere presenti sul sessanta per cento del suo corpo, tutte di secondo e terzo grado, mentre la tuta risultava distrutta al settanta per cento. L’urlo udito, inoltre, faceva pensare a una persona colpita da una forte scarica elettrica, più che dalle fiamme.

La commissione d’inchiesta si concluse senza aver individuato la vera causa dell’incendio, benché varie opinioni fossero state avanzate. Si giunse comunque alla conclusione che il modulo di comando risultava pericoloso per l’equipaggio a causa di svariati fattori, i principali dei quali furono rinvenuti nella pressione eccessiva all’interno della cabina, nell’atmosfera al 100 per cento di ossigeno, e nella eccessiva presenza di materiale infiammabile. Il programma Apollo fu bloccato in un momento in cui si temeva da un momento all’altro la bandiera rossa sulla Luna, al fine di apportare numerose e radicali modifiche sia al modulo di comando della capsula Apollo che alle procedure di lancio. Ricordiamo le principali che furono:

1.      Al lancio l’atmosfera della cabina sarebbe stata mantenuta alla pressione del livello del mare e sarebbe consistita in una miscela al 60 per cento di ossigeno e al 40 di azoto. Dopo il lancio sarebbe stata cambiata lentamente fino al 100 per cento di ossigeno e a una pressione di 2 psi.

2.      Il boccaporto si sarebbe aperto verso l’esterno, e lo avrebbe fatto in meno di dieci secondi. Soprattutto, in emergenza, avrebbe potuto disporre di un sistema a base di cartucce di azoto pressurizzato che lo avrebbe sparato via come il tettuccio di un jet militare in caso di emergenza.

3.      Tutto il materiale infiammabile fu sostituito con altro inerte.

4.      I cablaggi venneno parimenti ricoperti da materiale isolante non infiammabile.

5.      Le tute degli astronauti furono ridisegnate in un nuovo materiale più resistente al calore.

Furono inoltre imposti protocolli più severi alle ditte costruttrici e subappaltatrici della capsula Apollo. Il tutto si tradusse in un ritardo del programma di 21 mesi, che avrebbe potuto costare agli americani il primato sulla Luna se i sovietici non fossero stati dibattuti da ben altri problemi.

Gus Grissom e Roger Chaffee furono sepolti all’Arlington National Cemetery, Ed White all’United States Military Academy di West Point, N.Y. I loro nomi sono anche ricordati nello Space Mirror Memorial al Kennedy Space Center Visitor Complex dell’isola di Merritt. Il nome Apollo 1, previsto in origine ma sostituito dalla NASA come AS-204, fu ristabilito per volontà delle vedove, e un patch della missione fu lasciato sulla Luna dagli astronauti dell’Apollo 11. Ricordiamo anche che Virgil Grissom, e non Neil Armstrong, nelle intenzioni della NASA, avrebbe dovuto essere il primo uomo a calpestare la polvere del nostro satellite, in una data compresa fra Maggio e Settembre 1968, cioè un anno prima dello storico allunaggio di Apollo 11.

 


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