Apollo 13, il naufragio

Pubblicato il da Riccardo






Lovell, Swigert, Haise.












  Okay, Houston, we've had a problem here”.

Sono le 21 e 08 del 13 Aprile 1970, quando le parole di Jack Swigert scuotono i tecnici del centro di controllo di Houston.

Apollo 13, radio call (quanto mai appropriato) Odyssey, è in viaggio da due giorni verso il cratere Fra Mauro e si trova ormai a 321860 chilometri dalla terra. La composizione dell’equipaggio è quanto mai improvvisata: in origine il comandante doveva essere Alan Shepard, ma si beccò un’otite e fu sostituito da Jim Lovell (lo abbiamo già incontrato su Apollo 8), mentre a pilotare il modulo di comando venne in un primo momento designato Ken Mattingly. Cinque giorni prima del lancio, il pilota di riserva del modulo lunare, Charles Duke, si ammalò di rosolia, Mattingly fu l'unico degli astronauti a non risultarne immune. Per evitare che si ammalasse durante la missione, il 9 Aprile venne reso noto definitivamente che sarebbe stato sostituito dal pilota di riserva del modulo di comando John Leonard "Jack" Swigert Jr. In realtà, Mattingly non contrasse mai la rosolia, e giocò un ruolo fondamentale durante la crisi dell'Apollo 13, compiendo numerosi test al simulatore e aiutando l'equipaggio a tornare a terra. Il pilota del modulo lunare, Fred Wallace Haise Jr, era l’unico dell’equipaggio originale.

Pure il lancio dell’Apollo 13, avvenuto l’11 Aprile alle 1913 GMT, presentò degli inconvenienti, uno dei quali risultò abbastanza pericoloso: il motore centrale del secondo stadio dovette essere escluso a causa delle forti vibrazioni dovute a una non corretta messa in pressione delle pompe del carburante (il problema è piuttosto comune e noto come “oscillazioni pogo”). I motori rimanenti del secondo stadio, dovettero rimanere in funzione più a lungo per immettere Apollo 13 nell’orbita di parcheggio, ma l’inconveniente non ebbe effetti sulla successiva TLI.

Va inoltre ricordato l'esperimento di far precipitare il terzo stadio del razzo Saturn sulla luna, il cosiddetto Saturn-Crash: poco dopo che il modulo di comando si era staccato ed aveva effettuato con successo la manovra d'aggancio del modulo lunare, venne riacceso il motore J2 per portarlo su di una traiettoria di collisione con la Luna. Tre giorni più tardi, lo stadio, avente una massa di circa 14 tonnellate precipitò sulla luna 120 chilometri a nord-ovest del punto di atterraggio dell’Apollo 12 alla velocità di circa 2,5 chilometri al secondo (9000 km/h). L'impatto liberò un’energia pari a circa 10 tonnellate di tritolo. Dopo circa 30 secondi il sismografo lasciato dall'Apollo 12 registrò l'impatto e il conseguente terremoto lunare che durò per oltre tre ore. Già prima dell'impatto vero e proprio, il misuratore della ionosfera - anche questo montato durante la missione precedente - registrò la fuga di una nube gassosa visibile e dimostrabile per oltre un minuto. Si presume che l'impatto abbia scagliato delle particelle della superficie lunare fino ad un'altezza di 60 chilometri, dove furono ionizzate dalla luce del Sole.

Poi, a 321860 chilometri dalla terra, il “problema”: il controllo di missione chiese all’equipaggio di miscelare i serbatoi di ossigeno per impedire la stratificazione del liquido e rendendone più omogeneo il contenuto, migliorando così la lettura degli strumenti. All'apertura dell'alimentazione, i cavi che collegavano il motore al miscelatore interferirono, probabilmente per un danneggiamento della guaina di teflon che li ricopriva, andando in corto. La scintilla nell’ambiente saturo di ossigeno si trasformò in una fiammata che causò un aumento di pressione sopra il massimo consentito nel serbatoio, che esplose danneggiando diverse parti del Modulo di Servizio, incluso il serbatoio dell'ossigeno numero 1. All'epoca del fatto, però, la causa non fu subito chiara, e ci fu chi ipotizzò l'impatto con un meteorite.

Fortunatamente, il modulo lunare Aquarius era intatto, ma era anche studiato per sostenere due persone per due giorni, non tre per quattro giorni. L’ossigeno non era un problema, il modulo lunare ne trasportava a sufficienza per ripressurizzare l’abitacolo dopo ogni EVA ma, diversamente dal modulo di comando, la sua energia elettrica proveniva da batterie all’argento zinco e le scorte di acqua erano solo quelle necessarie agli astronauti sulla luna: due persone per due giorni, non tre per quattro giorni. Per risparmiare le batterie, tutti i sistemi di bordo non essenziali furono spenti e gli altri mantenuti al minimo livello di efficienza ­― e consumo. Fu scelto di utilizzare Aquarius come modulo di salvataggio perché il Modulo di Comando (che sarebbe stato preferibile) aveva subito gravi danni al sistema di alimentazione e quindi sarebbe stato impossibile renderlo operativo. Le batterie di emergenza avevano una durata di dieci ore, e quindi il Modulo di Comando sarebbe stato utile solo nella fase di rientro nell’atmosfera.

Un altro serio problema venne dai filtri all’idrossido di litio per il ricambio dell’ossigeno nel modulo lunare, presenti in quantità insufficiente per garantire la sopravvivenza dell’equipaggio fino al ritorno sulla terra, mentre quelli del modulo di comando non erano compatibili. Una sorta di adattatore fu costruito in poche ore con i materiali presenti nell’Apollo secondo le istruzioni da terra (se avete visto il film, c’è una scena molto bella per descrivere questa “invenzione”, che gli astronauti battezzarono “cassetta delle lettere”). Si temeva inoltre che lo spegnimento del sistema di condizionamento del modulo Odyssey, andato fuori uso dopo l’esplosione e non riattivato per risparmiare le batterie del modulo lunare, potesse danneggiare i sistemi elettrici a causa dell’abbassarsi della temperatura, che portò alla condensa dell’umidità. Per fortuna, i miglioramenti apportati al disegno della navetta dopo la tragedia di Apollo 1, permisero agli impianti di essere riattivati al momento opportuno senza problemi.

Per far ritornare Apollo 13 sulla Terra, fu necessario modificare la traiettoria della navicella. Non sapendo l’entità precisa dei danni al modulo di servizio, si dovette usare il motore di discesa del modulo lunare, anche se dopo lunghe ed estenuanti discussioni fra i tecnici a terra. Così il motore di Aquarius fu acceso una prima volta dopo il sorpasso della luna per acquistare velocità e una seconda per correggere la traiettoria. Il fatto destò non poche preoccupazioni perché il motore era studiato per essere usato una volta sola.

Il rientro nell’atmosfera richiese una manovra complessa: prima si sganciò il modulo di servizio, in modo che gli astronauti lo potessero fotografare per documentare i danni e permettere una ricostruzione almeno ipotetica dell’accaduto, quindi si sganciò Aquarius. L'equipaggio ritornò incolume a terra, anche se Haise ebbe un'infiammazione all'apparato urinario, causata dalla mancanza di acqua potabile e dalla difficoltà di espellere urina in quelle condizioni.


Successivamente venne osservato che l'equipaggio fu anche stato fortunato nell'avere avuto il problema all'inizio della missione, cioè con il massimo di rifornimenti, attrezzature a alimentazione da usare nell'emergenza. Infatti, se l'esplosione del serbatoio si fosse verificato nella fase di ritorno, molto probabilmente non si sarebbero mai salvati, soprattutto perché non avrebbero avuto la possibilità di usare il modulo lunare. E la fortuna, in un certo senso, fu dovuta al malfunzionamento del sistema di alimentazione dell’ossigeno, che richiedeva all’equipaggio di intervenire con frequenti miscelazioni. Non avesse dato problemi, probabilmente sarebbe esploso proprio nel ritorno…


Dopo questa missione, ci fu una lunga indagine sulle cause dell'incidente, e la navicella Apollo venne modificata per evitare lo stesso problema in seguito.


Il 17 Aprile 1970, dopo una lunga ansia a causa della prolungata interruzione del contatto radio durante la fase di rientro (di norma tale fase non superava i 3 minuti - per l'Apollo 13 durò oltre 6), alle ore 1804 GMT, quello che restava del l'Apollo 13 ammarò quattrocento chilometri a sudovest delle Samoa, e l’equipaggio venne recuperato dalla portaelicotteri Iwo Jima (LPH2).


La NASA definì la missione un fallimento di grande successo.


Come già l’equipaggio di Apollo 11, anche gli astronauti dell'Apollo 13 rinunciarono all'indicazione dei loro nomi sull'emblema della missione, volendo cosi sottolineare che un allunaggio era sempre merito di un gran gruppo di persone e non di tre soli astronauti. Pertanto non fu necessario modificare lo stemma quando venne deciso di far volare Swigert al posto di Mattingly, e quindi sull'emblema della missione Apollo 13 sono raffigurati solo tre cavalli che volano, il motto 'Ex luna, scientia' (dalla Luna, conoscenza), che ricalca quello dell’Accademia navale dalla quale si era diplomato Lovell, "Ex scientia tridens," (dalla conoscenza, potere navale) e il numero della missione in carattere romano. Solo gli equipaggi delle missioni successive insistettero sul fatto di voler avere indicati i loro nomi sull'emblema della missione.



 
L'incidente, in una ricostruzione della NASA.



 

 




 

 

 

 

Il serbatoio responsabile dell'avaria.








Due foto della "cassetta delle lettere": a Houston fra i tecnici che l'hanno ideata, e nelle mani dei naufraghi.









Tre foto del modulo di servizio, con evidente i danni dell'esplosione.









Il modulo lunare Aquarius dopo l'abbandono in orbita terrestre.



La manovra di rientro.
























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